Flow: cos’è l’esperienza di flusso e come ci si entra

Hai mai provato un’esperienza di flusso (flow), ovvero di profondo coinvolgimento in una situazione, accompagnata da intensa concentrazione?

Se lavorando, ti è capitato di 

  • perdere il senso del tempo;
  • avere la percezione di avere il pieno controllo su te stesso;
  • essere talmente assorbito dall’attività che tutto sembra venire bene;
  • provare estrema soddisfazione fine a se stessa;

allora probabilmente l’hai sperimentato!

 

Flow: l’esperienza di flusso

Ma cos’è esattamente il flow? Daniel Goleman la descrive così:

 

“Il flusso è una motivazione completamente focalizzata. È un’immersione in un singolo task e rappresenta forse il momento in cui le emozioni sono al massimo servizio di esecuzione e apprendimento. Nel flusso, le emozioni non sono solo contenute e canalizzate, ma sono energizzanti e allineate con il compito. Il segno distintivo del flusso è un sentimento di gioia spontanea, anche rapimento, mentre si svolge un compito”.


Quando si è nel flow, l’attenzione è particolarmente focalizzata nello svolgimento del compito, piuttosto che sui possibili risultati. Durante l’esperienza, l
a motivazione rimane salda per effetto del piacere provato nel controllo e nella realizzazione del compito. Veniamo travolti dalla “corrente” e siamo infinitamente più produttivi, motivati, efficienti e… felici! Sì, felici perché siamo occupati in un compito che ha assunto un senso profondo e ci dà soddisfazione. Ed è qui, che si crea la giusta situazione che porta a far emergere raffinate strategie e a sviluppare le nostre capacità. 

 

 


Quando si vivono le esperienze di flusso?

Entrare in un flow, non è poi così complicato. Ma è necessario creare la giusta situazione. Infatti, l’esperienza di flusso avviene quando percepiamo di avere un alto grado di abilità e ci sentiamo di affrontare compiti adeguatamente impegnativi. In modo che le nostre capacità possano essere messe alla prova.

Attenzione però. La percezione di abilità e di livello di difficoltà del compito sono elementi altamente soggettivi, e possono non trovare riscontro nella realtà. Infatti: 

  • la percezione della propria abilità dipende dal sostegno sociale o dalle esperienze precedenti;
  • la percezione della difficoltà del compito è strettamente legata al confronto con gli altri (per cui se tutti falliscono, il compito è percepito come difficile).

Cosa succede nel cervello?

Nel momento in cui entriamo nel flow, abbiamo una piena sensazione di coinvolgimento. Questo, attiva un rilascio di dopamina, un neurotrasmettitore che produce una sensazione di piacere e di gratificazione. Si ha quindi un feedback profondo e interno, positivo, che ci incita a continuare nello sforzo.

 

 

È anche possibile creare il contesto adatto ad entrare nel flow. Addirittura, alcuni lo fanno tanto spesso, sviluppano una “personalità di flusso”: se per esempio devono svolgere attività di routine, cercano di renderle più interessanti ed impegnative.

 

Come entrare nel flow

Come fare quindi per farsi coinvolgere nel flusso di lavoro? Di seguito una “to do” list per aiutarti a farlo:

  • Scegli un’attività (in modo da attivare la tua motivazione!);
  • Fai in modo che sia sfidante: deve essere stimolante per le tue capacità, non troppo facile, né troppo difficile;
  • Elimina le distrazioni: un solo compito alla volta (no multitasking!);
  • Chiarisciti l’obiettivo: questo consente di concentrarti, avere più controllo, capire ciò che ti sta accadendo e rispondere in modo adeguato agli stimoli.

 

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MULTITASKING? NON ESISTE. LO DICE LA NEUROSCIENZA

 

E poi, concentrati: ci vogliono almeno 10/20 minuti per entrare nel flusso… E, attenzione a non incrociare i flussi! 

 

 

QUESTIONARIO

Per monitorare sfide ed opportunità legate allo smart working forzato che l’emergenza Coronavirus sta imponendo alle aziende italiane, abbiamo elaborato un breve survey, in collaborazione con Rödl & Partner Italy. Un questionario, dedicato a tutti gli smart worker, manager, intern o collaboratori, che vuole considerare le possibili difficoltà legate alla particolare contingenza, per fornire consulenza e formazione mirate ai business. Qui il link:

QUESTIONARIO SMART WORKING

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Multitasking? Non esiste. Lo dice la neuroscienza

No, l’essere umano non è multitasking. Nemmeno le donne. Il cervello riesce a fare bene due cose in contemporanea solo se una è completamente automatizzata. Come guidare e chiacchierare. Tant’è vero che appena la guida diventa più complessa e dobbiamo parcheggiare, ad esempio, smettiamo di parlare e abbassiamo il volume della radio.

 

Il multitasking non esiste

Il multitasking è una neurobufala! Definitivamente svelata da una ricerca neurofisiologica condotta dai ricercatori Sylvain Charron dell’Università Pierre et Marie Curie e Etienne Koechlin della Scuola Normale Superiore di Parigi, e pubblicata su Science.

 

 

In questa ricerca i volontari, tutti destrimani, sono stati sottoposti a risonanza magnetica mentre erano impegnati a svolgere differenti compiti. Quando i volontari eseguivano un compito alla volta, si attivavano entrambi gli emisferi, in particolare, entrambi i lati del cingolato dorsale anteriore e della corteccia fronto-polare.

Quando i volontari dovevano svolgere due compiti, l’attività di queste regioni si divideva a metà. Infatti, in generale:

  • nella metà a sinistra, viene controllata l’esecuzione del compito primario;
  • nella metà a destra, il compito secondario.

Ovviamente per i mancini accade il contrario!

Ma quali sono i compiti di queste zone del cervello?

 

Cingolato dorsale anteriore valuta gli errori commessi, elabora strategie per non ripeterli  e immagina i risultati
dei comportamenti, valutando le ricompense che comportano
Corteccia fronto-polare elabora la suddivisione e gerarchia dei compiti (detta ramificazione cognitiva),
scegliendo quindi quali compiti hanno uno status di minore importanza, mettendoli in attesa e recuperandoli quando viene completato il compito gerarchicamente superiore.

 

I rapporti fra queste due aree hanno quindi un ruolo centrale nel valutare quali sono le alternative date dalle nostre azioni e nel fare da arbitro quando dobbiamo farne più di una.

Sono sempre e solo due le attività che si possono svolgere in contemporanea ed una sarà sempre, gerarchicamente, inferiore.

 

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Multitaskinkg o multifocus?

Dal momento che il multitasking, abbiamo appurato, non esiste, chi crede di farlo, cosa fa davvero? Quello che in realtà si prova a fare non si chiama multitasking, bensì MULTIFOCUS. Che consiste nel continuare a far fluttuare la nostra attenzione da un compito all’altro.

Quest’abitudine, però, ci fa perdere tempo ed energia, richiesti dal continuo spostamento dell’attenzione. Si parla del 30-40% di efficienza in meno per chi pratica il multifocus. Per l’estrema difficoltà ad entrare nell’esperienza di flusso, o flow. Quest’ultimo è il profondo coinvolgimento nella situazione, accompagnato da intensa concentrazione.

 

La soluzione

Per guadagnare tempo, dobbiamo cominciare a fare una cosa alla volta, scegliendo molto bene quale fare!

 

 

A volte, però, concentrarsi risulta complesso. Infatti se lavoriamo a computer è facile avere aperte mille schede e pagine e sprecare tempo utile surfando su quelle che in realtà non ci servono. Oppure, se facciamo call di lavoro usando uno smartphone, verosimilmente finiamo anche con l’aprire App di social media o simili. Perciò è bene selezionare con cura gli stimoli di cui abbiamo bisogno. Di seguito, vi proponiamo alcuni esempi di tool, fisici e digitali, che possono aiutare nell’ardua impresa di sconfiggere l’idea del multitasking:

  • Google Chrome extension: Just Focus (blocca le pagine che avete impostato per il tempo che decidete voi);
  • Alcuni preferiscono un supporto fisico: se anche voi siete così, ecco delle box lucchettabili con timer in cui chiudere il proprio smartphone;
  • Su Android, consigliamo Good Time, che blocca il passaggio su altre App e può essere usata anche per la Tecnica del Pomodoro.

 

DURANTE LO SMART WORKING

In questo momento di quarantena e lavoro da casa, incappare nel “multitasking” è ancora più facile. Per questo il tip numero 4 del nostro decalogo per poter lavorare smart lo specifica proprio: fai una cosa alla volta! Ti permetterà anche di arrivare a fine giornata non del tutto stremato.

 

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Per monitorare sfide ed opportunità legate allo smart working forzato che l’emergenza Coronavirus sta imponendo alle aziende italiane, abbiamo elaborato un breve survey, in collaborazione con Rödl & Partner Italy. Un questionario, dedicato a tutti gli smart worker, manager, intern o collaboratori, che vuole considerare le possibili difficoltà legate alla particolare contingenza, per fornire consulenza e formazione mirate ai business.

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Tecnica del pomodoro: come gestire il tempo in modo smart

La tecnica del pomodoro è una strategia di time management messa a punto da Francesco Cirillo negli anni ‘80.  Il quale, per aiutarsi a concentrarsi e a focalizzare la propria attenzione durante gli studi, ha pensato bene di utilizzare un semplicissimo timer da cucina.

Ebbene sì, la “Pomodoro technique” prende infatti il nome dai timer a forma di pomodoro, utilizzati in cucina per controllare i tempi di cottura.

tecnica del pomodoro

Come funziona la tecnica del pomodoro?

  1. Scegli l’attività da svolgere (mi raccomando, solo una alla volta)

  2. Fai una stima di quanto tempo dovrai impiegare per portarla a termine;

  3. Imposta un tempo di 25 minuti sul timer;

  4. Tieni l’attenzione sull’attività per il tempo definito;

  5. Quando il timer suona, fai pausa per 5 minuti (sempre tenendo il tempo col timer);

  6. Riparti con il ciclo 25+5 (al massimo altre 3 volte), poi concediti una pausa più lunga 15-20 minuti.

 

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Le regole

Ci sono due regole:

  • Regola Fondamentale: un pomodoro è indivisibile;

  • Regola Zero del Pomodoro, corollario della Regola Fondamentale: se un pomodoro è interrotto, bisogna ripartire da capo.

La difficoltà emerge, quando, ovviamente, veniamo interrotti: dobbiamo però fare attenzione a dividere tra interruzioni interne (pensieri che attraversano la mente) ed esterne (colleghi che ci chiedono un’informazione, telefonate improvvise).

Per le interruzioni interne, tieni SEMPRE un blocco vicino, dove poter scrivere i pensieri che ti attraversano la testa (altri lavori da fare, la chiamata al cugino, le banane da aggiungere alla spesa): questo ti permetterà di liberare il cervello dal pensiero, perché sarai sicuro di ricordare quella cosa, importante, ma sicuramente rimandabile.

 

Per le interruzioni esterne, per quanto possibile, silenzia il cellulare e dedica alle telefonate dei pomodori appositi (prendendo a prestito una metodologia della GTD – “Get Things Done”).

Con i colleghi, è buona prassi condividere la tecnica, in modo da rendere chiaro che ti stai focalizzando su un’attività, e che non si offendano se li rimandi alla prima pausa!

 

N.B. : Prova ad iniziare con la misura standard di 25 minuti, ma rimani flessibile: trova la dimensione più adatta a te, che siano 20 o 40 minuti.

 

Perché funziona?

Sia che si fatichi a cominciare un task. Che si procrastini sempre l’inizio di un progetto. Che non si riesca a tenere l’attenzione, vagando tra diverse attività. La tecnica del pomodoro è utile non solo per gestire a dovere il tempo, ma anche per trovare la giusta motivazione.

In primis, la tecnica del pomodoro lavora su una “riprova sociale”: un controllo esterno, dato dal timer, aiuta a sentire di più quello stimolo che ci “obbliga” a far bene e, quindi, mostrarci operativi. Ci abitua a pensare al tempo come ad un valore  “Sto facendo del mio meglio, nel giusto tempo”, anziché come ad un nemico “Non ho abbastanza tempo, sono in ritardo”.

Secondariamente, la pausa indotta, ci permette di rimanere “agganciati” e di sapere con esattezza come ricominciare facilmente passati i 5 minuti, senza arrivare alla pausa quando si è stremati e con poca spinta a voler ricominciare.

Del resto, anche Hemingway lo diceva:

“Il miglior modo [per evitare il blocco dello scrittore] è quello di fermarsi quando tutto va bene, quando sai esattamente quale sarà il passo successivo. Se fai questo ogni giorno, non ti bloccherai mai. Fermati sempre quando tutto va bene e non pensarci o preoccuparti finché non ricominci a scrivere il giorno successivo. In questo modo il tuo subconscio lavorerà per te, senza che tu te ne accorga. Ma se inizi a pensarci consciamente o a preoccuparti, sarà la fine e il tuo cervello sarà già stanco ancor prima di iniziare.”

 

Terzo, applicare la tecnica del pomodoro, ci allena: le prime volte magari faremo fatica a tenere l’attenzione per così tanto tempo (credetemi!), ma pian piano sarà sempre più facile. Non solo, il confronto tra la stima e il tempo effettivamente usato migliorerà molto le tue capacità di pianificazione, perché sarai sempre più consapevole del time requirement VERO per ogni singola attività.

 

Quali tool usare

  • Per un supporto fisico, consigliamo questo timer da cucina;

  • Se una App è la soluzione che fa al caso tuo, Tide (google play, apple store) a nostro parere è la migliore; nella sezione “Focus” si può settare la durata e, si può scegliere di attivare anche il rumore bianco;

  • Per chi usa le estensioni di Google ChromeMarinara  è l’assistente per la tecnica del pomodoro.

 

Durante lo smart working

La tecnica del pomodoro è una strategia sempreverde per la gestione del tempo.
Ma in questo momento di quarantena e lavoro da casa, trovare soluzioni per l’autogestione ottimale, è ancor più fondamentale. Tanto che il primo tip del nostro decalogo per poter lavorare smart è proprio il time management, con riferimenti specifici alle tecniche per farlo al meglio.

 

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SMART WORKING: 10 TIPS PER FARLO AL MEGLIO

Lo smart working era già diventato uno dei temi più inflazionati nelle scorse settimane. Ma ora che tutta l’Italia è zona rossa, ancora più persone si trovano a lavorare da casa. Ma “smart working” significa molto di più del semplice “lavoro da casa”. L’argomento è ampio e facilmente banalizzabile, ma meriterebbe una riflessione più approfondita. 

Il lavoro agile (o smart working) […] è una modalità che aiuta il lavoratore a conciliare i tempi di vita e lavoro e, al contempo, a favorire la crescita della sua produttività. (Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali)

In questo articolo ci riserviamo di darvi alcuni semplici consigli che possono essere messi in pratica fin da subito: un decalogo per rendere il lavoro da casa davvero smart.

 

1. Organizza il tuo tempo

Ci sono due scenari che possono verificarsi durante lo smart working:

1) Hai degli orari precisi da rispettare, e quindi hai un orario di inizio e di fine lavori prestabiliti
2) Sei libero di organizzarti

In entrambi i casi, il time management è estremamente importante. Infatti, se i tuoi orari sono fissati, può comunque essere molto facile perdere la nozione del tempo in una situazione così diversa da quella abituale. Se, invece, durante lo smart working puoi decidere in autonomia quando metterti al lavoro, puoi ritrovarti a giornata conclusa senza aver combinato molto.

 

La soluzione è attivare strategie di gestione del tempo.

 

 


U
n sistema molto intuitivo, a titolo esemplificativo, è la tecnica del pomodoro: prevede di alternare slot di 25 minuti di concentrazione a brevi pause di 5 minuti.

Per i più curiosi: il nome di questa tecnica si deve a quei timer da cucina, a forma di pomodoro, che hanno aiutato Francesco Cirillo (Imprenditore, nonché colui che ha messo a punto questo sistema di gestione del tempo) a ben gestirsi durante gli studi universitari.

 

2. Trova il tuo approccio personalizzato

Ognuno ha la sua fonte di benessere nei momenti di smart working. Alcuni preferiscono dormire un po’ di più, altri ritagliarsi dei momenti coi figli, altri ancora  lavorare di sera quando tutti dormono. Se ti è possibile, scegli quando lavorare e trova la tua dimensione, quella in cui produci di più.

 

3. Mettiti nei panni degli altri

Se lavori in team, i colleghi devono essere in grado di comprendere il tuo lavoro e di utilizzarlo. Non si tratta di essere grandi oratori, ma di guardare quello che fai da un punto di vista esterno… Il trucco è chiedersi sempre: “Io lo capirei? Di cosa avrei bisogno per utilizzarlo?”

Questo ti eviterà di perdere tempo dopo, quando i colleghi ti interromperanno, chiamandoti, per chiederti informazioni!

 

4. Fai attenzione al multitasking

Capiamoci subito: il multitasking non esiste. Possiamo focalizzarci solo su una cosa alla volta, a meno che una delle due sia assolutamente meccanica, come guidare… Ma già quando parcheggiamo, ecco che non riusciamo più a chiacchierare…

 


Vuoi sprecare tempo ed energie? Inizia 100 cose contemporaneamente, fai mestieri in casa, parla con il cane e produci quel report!

Se invece vuoi concludere la giornata rilassato, vale la regola aurea che ci insegnavano da bambini: inizia una cosa nuova solo quando hai finito quella precedente!

 

5. Gestisci bene la convivenza

Hai detto bambini?!? In questo momento storico è tutto amplificato: la loro presenza in casa mette oggettivamente in difficoltà chiunque debba dedicarsi allo smart working. È, quindi, necessario organizzarsi e trovare delle strategie valide per poter lavorare in modo efficiente ed efficace anche se sei genitore. Valuta la soluzione migliore: meglio passare con loro tempo dedicato che dire per tutto il giorno  “adesso non posso”.

 

 

E gli adulti? Spesso sono più difficili da gestire dei bambini:“visto che sei a casa passi in farmacia?”, “torno a pranzo, cucini tu?”, “ devo parlarti di una cosa”, “hai sentito cosa è successo?”, “cosa metto nell’ordine della spesa?”. Suona familiare? Per lavorare da casa è indispensabile condividere con i familiari regole e routine chiare, divisione degli spazi e tempi comuni: eviterà discussioni inutili. 

 

6. Datti dei limiti

Lavorare da casa non vuol dire lavorare sempre. Quando la giornata di lavoro si chiude, chiudi davvero. Altrimenti il lavoro invaderà la tua vita personale e farai male entrambi. “Smart working” non “Everlasting working”. 

 

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7. Trova il tuo Rituale

Procrastini l’inizio del lavoro? Fatichi a trovare la giusta motivazione? Crea un rituale per iniziare la giornata.

Le idee possono essere molte: caffè, notiziario, musica, podcast o letture ma anche un momento di sport all’aperto (da soli, mi raccomando!) o di meditazione. Percorrere la routine sempre nello stesso ordine, semplifica le funzioni del cervello (che evita di dover scegliere cosa fare!) e lo aiuta a creare il giusto mindset per iniziare la giornata lavorativa col piede giusto, riducendo il rischio di procrastinazione.

 

8. Cura e definisci lo spazio: Smart workspace per uno smart working ottimale

Cerca di ritagliarti un posto esclusivo dove “smartare”. In questo modo aiuti il tuo cervello a creare un’associazione luogo-lavoro e favorisci la tua concentrazione. Anche se è solo una piccola scrivania, curala in modo che ci sia quello che ti serve e nulla più!

 

 

9. Tieni in movimento corpo e cervello

Prevedi attività fisica e attività stimolanti nella tua giornata. Ti permetterà di mantenerti focalizzato ed efficiente, e di nutrire passione e creatività: il movimento è parte integrante del funzionamento del cervello! 

Quindi, non solo sport da casa, ma anche giochi per la mente!

 

Visita il canale YouTube LE BRAINERS: work your brain out!

 

10. Prenditi tempo per riflettere sul tuo lavoro

A conclusione della giornata o una volta a settimana, prenditi un momento per capire cosa ha funzionato e cosa no. Come hai risolto i problemi. Quali strategie sono state più funzionali, e quali meno. È un ottimo esercizio per mantenere il cervello in forma e migliorare le proprie performance. 

 

Questionario

Per monitorare sfide ed opportunità legate allo smart working forzato che l’emergenza Coronavirus sta imponendo alle aziende italiane, abbiamo elaborato un breve survey, in collaborazione con Rödl & Partner Italy. Un questionario, dedicato a tutti gli smart worker, manager, intern o collaboratori, che vuole considerare le possibili difficoltà legate alla particolare contingenza, per fornire consulenza e formazione mirate ai business. Qui il link:

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Bias cognitivi in azienda e come superarli

I bias cognitivi sono come scorciatoie della mente umana. Ricordiamoci, infatti, che ogni secondo arrivano al nostro cervello quintali di informazioni, quando si stima ne possa processare solo 126 bit al secondo. Proprio per questo si prende la libertà di cercare dei pattern da poter riutilizzare, delle scorciatoie, appunto, per non dover riconsiderare tutti i dati dal principio. Un’economia molto utile se pensiamo che ci evita di dover ripensare a come ci si lava i denti, come si mangia, come ci si siede…

Ma le scorciatoie del cervello, i bias cognitivi, hanno un lato oscuro…

Si attivano, per esempio, quando avvertiamo uno stato di paura: una situazione in cui il nostro cervello vuole “risparmiare risorse per mettersi in salvo”. Un po’ come è successo, e forse sta tuttora succedendo, a causa dell’emergenza Coronavirus. Ma non solo. 

 

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CORONAVIRUS: “LA PAURA CHE SPEGNE IL CERVELLO”

 

Non possiamo prescindere, infatti, dal ricordare che i bias cognitivi fanno parte della vita quotidiana. Quando conversiamo tra amici o colleghi. Quando dobbiamo prendere delle decisioni in azienda. Anche quando pensiamo di non averne, è molto facile invece che ne abbiamo senza nemmeno rendercene conto.  Resta a noi, quindi, capire quando ci sono e sono d’ostacolo, e adottare le giuste soluzioni per superarli.

 

Non solo Coronavirus: Bias cognitivi in azienda

I bias cognitivi sono molto comuni anche in contesti aziendali. Siccome intervengono ogni volta che dobbiamo prendere una decisione, si possono presentare anche nella scelta di un particolare progetto o nell’assunzione di un nuovo collaboratore.

In tutti questi casi, il nostro comportamento può essere guidato da una scorciatoia mentale di cui non siamo consapevoli. Ad esempio, potremmo non selezionare un medico che abbia la giusta competenza perché inconsciamente scoraggiati dalla nazionalità, dal sesso o dall’età.

Senza rendercene conto, infatti, cerchiamo sempre e solo conferme delle nostre credenze e ignoriamo le disconferme, con il rischio di arrivare ad una escalation irrazionale: è quello che si chiama bias di conferma. Tra tutti i bias cognitivi, il confirmation bias, detto all’inglese, è quello che più frequentemente si manifesta nel management. Consiste nell’accettare delle informazioni per il semplice fatto che supportano quanto già pensavamo essere vero. O in altre parole, nel rifiutare l’evidenza che esista un punto di vista diverso dal nostro.

 

bias cognitivi

Bias di conferma

 


In ambito di business, questo può portare, ad esempio, a non avere la lucidità di riconoscere possibili rischi e a focalizzare l’attenzione solo sui fattori di successo (o il contrario!): rimaniamo convinti di aver preso la decisione migliore, quando invece non abbiamo considerato tutte le informazioni.

Per la sola paura di cadere in errore, costruiamo sistemi di difesa che possono essere cronici e distruttivi. Per questo è bene accorgersi per tempo se è quello il caso, e agire per modificare l’esito degli eventi. 

 

Cosa fare allora? Testiamoci!

Dato che queste scorciatoie sono per lo più inconsce e ci possono portare ad un pregiudizio, l’atto di prendere coscienza della loro esistenza (anche quando è scomodo) è il primo passo fondamentale. Ma se sono inconsci, come facciamo a renderci conto di quali bias cognitivi stanno agendo in noi?

Un primo modo è provare a fare un test di associazione implicita: ad esempio, quanto preferiamo i giovani, rispetto agli anziani? O gli uomini, alle donne? Questi test possono aiutarci a esplorare quali bias si stanno attivando, senza che ce ne rendiamo conto.

In alternativa, si può provare il Flip it to test it, come suggerito da Kristen Pressner: in questo TedTalk,  riporta l’esperienza personale che l’ha portata a ideare il metodo.

Nella stessa settimana un dipendente uomo e una dipendente donna le hanno chiesto un aumento. La risposta immediata all’uomo è stata “Ok, ci penserò”, mentre quella alla donna è stata “Sono certa che vada già bene così”. Alla stessa richiesta, quindi, ha risposto in base al genere. Si è resa conto che, nella sua mente, è convinta che gli uomini siano provider, ovvero chi porta a casa il guadagno: inconsciamente, prende più sul serio le richieste di aumento da parte loro.

Per essere certa di non cadere di nuovo in questo tranello, che avrebbe affossato la sua leadership all’interno dell’azienda, ha ideato il metodo Flip it to test it. Il principio è semplice: capovolgere mentalmente il genere, la nazionalità, l’età ecc. per testare i nostri presupposti. Prenderemmo la stessa decisione se fosse un uomo, se fosse giovane, ecc.?

Questo decentramento,  ci aiuta a sbilanciarci e capire quanto la nostra decisione è davvero neutrale. Così possiamo migliorare la nostra leadership: verremo sempre più percepiti come leader giusti, che prendono decisioni coerenti.

 

Superare in astuzia la macchina

Ricordiamo che questi pregiudizi nascosti possono essere difficili da eliminare perché sono continuamente rafforzati dall’esperienza quotidiana. Come dicono Mahzarin R. Banaji e Anthony G. Greenwald nel loro libro “Blindspot. Hidden Bias of Good People”,  bisogna superare in astuzia la macchina (il nostro cervello) e riconoscere che il nostro comportamento non deve allinearsi con pregiudizi nascosti acquisiti involontariamente.

Può, invece, essere guidato da obiettivi coscienti, in modo da allineare i nostri valori e le nostre azioni. Il potere di un pensiero consapevole e determinato può avviare strategie in grado di oltrepassare i bug mentali che producono pregiudizi nascosti.

Prendersi il tempo per capire sempre più il nostro pensiero, in quali bias tendiamo a cadere e come possiamo essere “più astuti del nostro cervello”: sono tutte modalità che possiamo implementare, per crescere come leader e lavorare ancora meglio.

 

Key take-away

Detto che tutti noi abbiamo bias cognitivi, e che in diverse occasioni, vediamo nel business, sarebbe bene saperli governare, qual è la lezione che è importante portarsi a casa?

  • Riconoscere i bias e riconoscerseli: tutti abbiamo bias cognitivi, si tratta di capire quali ci appartengono e governarli.

Come riconoscere quali ci appartengono?

  • Testarci: per consapevolizzarci sui tipi di bias che siamo portati ad avere;

Come governarli?

  • Nutrire lo spirito critico: cercare fonti, chiedere, cogliere campanelli di allarme, prendersi il tempo;
  • Considerare le opinioni personali non come fatti, ma come ipotesi: avere prova dell’errore significa semplicemente imparare; 
  • Allineare valori e azioni: non lasciare che il nostro comportamento sia influenzato da scorciatoie mentali, che possono portarci a fare errori di valutazione. 

 

 

CORONAVIRUS: “la paura che spegne il cervello”

In questi giorni di panico generale per la coronavirus-fobia, cerchiamo di riassumere i comportamenti che il nostro cervello adotta quando sente paura. 

Per esserne consapevoli e per trovare soluzioni per fronteggiarla.

 

Per farlo, abbiamo scelto volutamente di usare un tono leggero, perché si sa, l’ironia a volte può aiutare a vedere i problemi con occhi diversi. Detto questo, suggeriamo come colonna sonora d’effetto Iron Maiden – Fear of The Dark (HQ) o anche Michael Jackson – Thriller – Thriller. 

 

AI TEMPI DEL CORONAVIRUS

Tutto nasce dal fatto che il coronavirus è un virus nuovo, che si sta diffondendo in molti paesi del mondo.

Questo ha portato ad oggettive restrizioni alla nostra zona di comfort (Scuole chiuse quando non chiudono mai! Coprifuoco dei locali! Gente “sequestrata” in casa!), che ci portano a vivere una situazione scomoda, incerta.

 

Una “zona sconosciuta”.

Non abbiamo certezze e questo ci spaventa.

 

Il punto è che, proprio perché non abbiamo certezze, dovremmo prenderci semplicemente il tempo di capire e affidarci solo a fonti autorevoliTenere a bada gli attacchi dell’amigdala e restare saldi. Anche, anzi soprattutto, se spaventati.

 

LA PAURA

“La paura è un’emozione fondamentale, funzionale alla sopravvivenza. È quella che ci permette di scappare e metterci in salvo. È uno stato emozionale che si attiva per motivare l’organismo a fronteggiare eventi che lo minacciano”.

(Öhman, 2000)

 

L’amigdala è il sistema di allarme del cervello. Gestisce le emozioni in generale, ma in particolare reagisce alla paura e alla rabbia. 

coronavirus

 

Se ci sentiamo in pericolo, in una frazione di secondo, l’amigdala assume il comando ed è in grado di sovrastare la corteccia prefrontale, bloccandola. E, intendiamoci, la corteccia prefrontale è la sede del ragionamento, del controllo sugli impulsi e del problem solving! Quando abbiamo paura, l’amigdala scatta e fa partire il meccanismo fight, flight or freeze: combatti, scappa o congelati!

 

 

Quando abbiamo paura ci dobbiamo mettere in salvo, perciò perdiamo in razionalità e cadiamo più facilmente in comportamenti impulsivi. O per dirlo con parole più tecniche, rimaniamo incastrati in bias cognitivi.

In questo caso specifico, il coronavirus e il suo corollario di notizie, generano oggettivamente paura. Alcune persone si rifugiano nei numeri e dell’oggettività della scienza (ma anche nella scienza le voci sono contrastanti e questo aumenta la paura). Alcuni si preparano alla “battaglia” accaparrandosi scorte, cercando un nemico da combattere. Altri iniziano a temere complotti, che le notizie siano in parte nascoste, e si preparano a catastrofi imminenti. A volte si inizia a vedere il pericolo ovunque e ad evitare persone, luoghi ed oggetti, anche lontanamente correlati al problema. Altre volte si minimizza al punto da non rispettare le indicazioni date, negando il problema.

 

Perché accade? La risposta è proprio nei bias cognitivi!

 

BIAS COGNITIVI

Cosa si intende per bias? Sono ragionamenti automatici, quasi impulsivi, che il nostro cervello fa per ottimizzare le sue risorse.

 

Eccone alcuni esempi:

  • L’illusione dello schema o con un anglicismo “cluster illusion”:  si creano schemi immaginari, mettendo in relazione eventi che non sono correlati fra loro. Un esempio: portare sempre un portafortuna nelle occasioni importanti!
  • Bias di conferma: quando, incredibilmente, si trovano solo informazioni a conferma di quello che si pensa! Pazzesco vero, che tutto il mondo sia d’accordo con me?
  • Bias del gruppo o della banda musicale: se i miei amici lo pensano, sarà vero. Hey, genitori di adolescenti, don’t you know?
  • Bias della negatività: si notano solo gli aspetti negativi di ogni avvenimento.
  • Escalation irrazionale: per giustificare e tener fede alle scelte fatte si va avanti a fare scelte sempre più irrazionali…

 

La brutta notizia? I bias cognitivi sono ineliminabili ed esistono non solo sotto diverse forme, come abbiamo visto, ma anche in diversi contesti. 

La buona notizia? Possiamo conoscerli. Capire se, a seconda dei momenti, sono utili o ci stanno ingabbiando. E con consapevolezza, fronteggiarli. 

 

Per saperne di più su come poter superare un bias cognitivo, stay tuned e leggi il nostro prossimo articolo.

 

 

INNOVAZIONE: LA CREATIVITÀ PER IL SUCCESSO

Innovazione s. f. [dal lat. tardo innovatio -onis]. L’atto, l’opera di innovare, cioè di introdurre nuovi sistemi, nuovi ordinamenti, nuovi metodi di produzione e sim. In senso concr., ogni novità, mutamento, trasformazione che modifichi radicalmente o provochi comunque un efficace svecchiamento in un ordinamento politico o sociale, in un metodo di produzione, in una tecnica, ecc. (Treccani)

Se volessimo rielaborare la definizione, l’innovazione è ciò che accade quando non ci si accontenta del famigerato status quo. È la sfida che cambia le carte in tavola e che porta il gioco ad un livello diverso, più alto. 

Ma cosa porta all’innovazione? E perché è così importante? 

 

CREATIVITÀ COME DRIVER PER L’INNOVAZIONE

La Redazione di Forbes afferma in un articolo, che i fattori abilitanti dell’innovazione sono in particolare quattro, per rilevanza: 

  • visione del management
  • trasformazione culturale 
  • allocazione delle risorse finanziarie
  • modello di innovazione

Non è un caso che, su quattro fattori, i primi due riguardino un’attitudine della persona e del gruppo verso l’innovazione. Infatti, se ci pensiamo bene, l’innovazione parte dalle persone

Ma cosa attiva l’innovazione all’interno della persona? L’innovazione di solito parte dalla connessione di punti apparentemente lontani, da una scintilla, da un’idea… una capacità conosciuta come creatività. Un sillogismo? Per innovare bisogna essere creativi!

Il dilemma è se la creatività sia innata o se si possa sviluppare. In realtà, forse, è un po’ come il canto. Si dice che chiunque possa cantare, anche se alcuni sembrano davvero stonati. Quindi creatività = canto = se ti alleni puoi farlo? 

Anche se pensi di non poterlo fare. Anche se pensi che qualcun altro, un tuo collega, un tuo collaboratore, non sappia essere creativo. In verità puoi farlo, puoi essere creativo anche se pensi che non sia una caratteristica che ti appartenga. E, come te, anche il tuo team e di riflesso anche la tua organizzazione possono esserlo. 

Ma per potenziare la creatività è necessario conoscere gli strumenti specifici. Quelli necessari a stimolare le giuste funzioni cognitive, le giuste operazioni mentali. Parliamo ad esempio di precisione e accuratezza nella raccolta delle informazioni in fase esplorativa, di memoria di lavoro e attenzione selettiva, ma anche della capacità di guardare le cose “con gli occhi degli altri” e da diversi punti di vista.

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L’IMPORTANZA DI ESSERE CREATIVI ED INNOVARE

In sintesi, la creatività può essere potenziata, grazie al potenziamento delle funzioni da cui è costituita. Così facendo, diventa il trigger per l’innovazione se spinta a livello aziendale (non è importante solo per il reparto grafica o simili, come si potrebbe pensare). Essere creativi permette alle persone di dimostrare il loro potenziale, di essere proattive. È una skill trasversale che contribuisce all’aumento della produttività del personale. Questo significa che il capitale umano formato alla creatività è un attributo must have per le aziende, soprattutto in un contesto così variegato, multiforme e aperto come quello in cui si trovano a competere.

 

aziende interculturali: strategie per il successo

Dai dati dell’Annuario Statistico Italiano 2017 dell’Istat emerge lampante un dato che non può essere ignorato: le esportazioni sono in costante crescita (+ 1,2%). Se gli orizzonti si ampliano oltre confine, le imprese contano sempre di più nel proprio organico dipendenti di diverse nazionalità oppure inviano all’estero personale italiano. Ogni azienda che voglia crescere e creare valore, si troverà probabilmente a interagire o a gestire gruppi di lavoro in cui sono presenti persone di nazionalità e culture differenti.

Ma quali sono i rischi che si corrono se si trascurano questi aspetti?

  • Possibilità di conflitti interni
  • Tempi che si allungano all’infinito e che gravano sugli utili.
  • Incomprensioni in fase di negoziazione con altre realtà
  • Fallimenti delle trattative

Diventa, quindi, indispensabile trovare i giusti strumenti comunicativi e relazionali. Le cosiddette “soft skill” diventano la chiave di volta del successo in questo scenario. Non possiamo, infatti, pretendere di conoscere ogni singolo aspetto delle altre culture. Il grave errore che un manager può però evitare è quello di pensare che ci sia un unico modo di comunicare e che sia il suo: dovrà invece saper cogliere le differenze ed essere capace di comunicare nel modo più efficace con tutti, rispettando valori e abitudini.

Sarebbe, però, riduttivo pensare che il problema interessi solo gli scambi con l’esterno; anche all’interno dello stesso team possiamo ritrovare persone di nazionalità diverse. Un team interculturale che funziona è una squadra in cui vengono valorizzate le competenze di ogni singolo componente, in cui il benessere viene percepito non solo in termini di welfare, quanto come risorsa aziendale, che permette a tutti i collaboratori di essere coinvolti, ingaggiati e partecipi della vision. Diventa ancora più urgente, in quest’ottica, creare le basi di una comunicazione efficace in un contesto interculturale.

Intercultura, la possibilità che crea valore

Le strade percorribili sono diverse: possibilità che vanno dall’assimilazione totalizzante della cultura maggiormente rappresentata (possibilità che però nega le altre culture), fino, all’opposto, alla coesistenza frammentaria di tutte le culture, senza scambio reciproco. In mezzo, l’approccio pedagogico interculturale, caratterizzato dal confronto, dallo scambio e dall’incontro, che valorizza le diversità come fonte di reciproco arricchimento e aumenta la motivazione interna, direttamente correlata alla capacità di creare valore dell’azienda. Ma come si può raggiungere l’obiettivo di un ambiente realmente interculturale?

La formazione in contesti aziendali interculturali

Facciamo formazione su tutto; perché dobbiamo, perché abbiamo fondi da investire, perché pensiamo di aver bisogno di uno specifico know-how. Spesso ci sembra una perdita di tempo, a volte la troviamo persino noiosa. Altre volte può capitare di voler fare formazione, ma non abbiamo fondi o la riteniamo secondaria rispetto ad investimenti che ci sembrano maggiormente finalizzati alla crescita.

Eppure c’è un modo di fare formazione che può portare enormi vantaggi, può creare valore ed essere, allo stesso tempo può essere divertente e stimolante. Una formazione di questo genere si concentra su:

  • Soft skills: il potenziamento di quelle capacità trasversali che permettono di dare il meglio in ogni contesto
  • Strategie comunicative efficaci
  • Management e gestione dei collaboratori in contesti interculturali.
  • Gestione del gruppo di lavoro: identificazione delle principali problematiche e ricerca di strategie personalizzate.
  • Riunioni: come aumentarne l’efficacia e minimizzare lo spreco di risorse
  • Creatività e innovazione: il gruppo interculturale come terreno ottimale per coltivarle e potenziarle.

La tendenza delle imprese a crescere espandendosi verso altre culture o accogliendole al proprio interno può essere fonte di grandi opportunità ma anche di rischi da non sottovalutare. Per indirizzare efficacemente il proprio gruppo di lavoro nella giusta direzione, una formazione che tenga conto della specifica realtà aziendale, degli obiettivi e delle strategie necessarie, e che fornisca metodologie di gestione degli aspetti interculturali, può essere un importante strumento di supporto, non solo al benessere interno al gruppo di lavoro, ma alla creazione di valore.

 

Formazione, l’asso nella manica della aziende

Come diceva Steve Jobs, “l’unico modo di fare un gran bel lavoro è amare quello che fate”. Una massima alla quale molte persone aspirano, ma in cui troppo spesso in pochi si possono riconoscere. Il più delle volte le aziende avrebbero il potenziale per creare un ambiente lavorativo in grado di far innamorare i dipendenti del proprio lavoro. Ma la realtà ha molto spesso contorni ben diversi.

Dalle esperienze maturate negli incontri in azienda il clima è ben lontano dall’essere idilliaco e la gestione dei team di lavoro diventa un’emergenza da affrontare quotidianamente con inevitabili ripercussioni su efficienza, qualità… e soddisfazione del personale.

Quante volte non passano le informazioni?
Quante volte si spreca tempo per mancanza o eccesso di procedure o burocrazia, o perché non è chiaro chi deve fare cosa?
Quanti responsabili si lamentano del fatto che i dipendenti non hanno una vision, ma timbrano solo il cartellino?
Quante energie si sprecano per i conflitti tra i colleghi?

Sono oggi innumerevoli gli studi che dimostrano quanto un dipendente motivato e inserito in un contesto stimolante abbia una ricaduta positiva sull’azienda. Far sentire un dipendente/collaboratore parte integrante di un progetto è il primo passo da compiere.

Ma per ottenere i migliori risultati sono diverse le aree sulle quali può essere necessario intervenire. Prima o poi, in ogni realtà aziendale ci si trova a doversi confrontare con alcune delle seguenti problematiche:

 

  • Cambiamenti continui e necessità di adattamento
  • Ruoli poco definiti
  • Strategie poco funzionali e perdite di tempo
  • Operazioni di controllo macchinose e lente
  • Relazioni interpersonali poco distese che compromettono il clima di collaborazione
  • Comunicazione poco efficace
  • Necessità di aumentare il rendimento dei singoli e del gruppo
  • Gestione dei collaboratori e leadership
  • Processi decisionali
  • Condivisione della vision aziendale a tutti i livelli
  • Motivazione ed engagement
  • Alti livelli di stress lavoro correlato
  • Gestione del tempo e pianificazione
  • Comunicazione interculturale all’interno del gruppo di lavoro o nella negoziazione con l’estero

Tutte problematiche che oggi possono essere affrontate e risolte con successo seguendo dei percorsi formativi studiati ad hoc per le singole esigenze e realtà aziendali. Meno barriere all’interno di un team di lavoro, maggiore efficienza di un’azienda.

Metodo Brainers: potenziare le abilità cognitive

Rapidità, precisione, flessibilità e focalizzazione sono abilità che favoriscono il successo sia in ambito lavorativo che personale. Nel caso non si sia in possesso di queste fondamentali qualità, è sempre possibile lavorare per acquisirle o potenziarle.

Proprio per raggiungere questo obiettivo è stato ideato il Metodo Brainers. Un metodo unico e rivoluzionario che si basa su tre pilastri:

  • Neuroscienze
  • Metodo Feuerstein
  • Pedagogia

Le Neuroscienze hanno ampiamente dimostrano che è possibile potenziare queste abilità in qualsiasi momento e contesto. Il Metodo Feuerstein nasce invece per allenare il pensiero: come un acceleratore di plasticità cerebrale, permette di acquisire nuove competenze e potenziare quelle già presenti.  Una volta attivato, se ben alimentato, il processo va avanti da sé. La Pedagogia infine offre gli strumenti per rendere tutto questo più interattivo, veloce e concreto.

Il Metodo Brainers racchiude le principali caratteristiche di Neuroscienze, Metodo Feuerstein e Pedagogia per offrire un esclusivo e completo metodo di potenziamento delle abilità in una veste nuova, innovativa e concreta. Uno strumento efficace che trova applicazione in ambito sia personale che aziendale.

Lavorando sulla singola persona è infatti possibile delineare un percorso di crescita che porti a sviluppare o potenziare le qualità dove la persona è maggiormente carente, andando così a migliorare tutte quelle performance che permettono poi di avere un’ottimale performance lavorativa.